Fede



Parliamo e leggiamo spesso, di Fede. C’è chi ne parla con amore, c’è chi ne parla come atto di forza, c’è chi parla di fede verso il Signore, chi nel proprio onore. La Fede vista come caposaldo della propria anima o virtù, effimera a volte, da sfoggiare come spada verso i non pensanti o mal pensanti; persone quindi contro la logica spessa dell’unto dalla Verità Indiscussa. La fede come cambiamento o la Fede da cambiare, chi sa’ mai  che rechi qualche guadagno, qualche incentivo. Non vi è rimedio alcuno di sovvertire o capovolgere, una Fede è incrollabile anche di fronte ad ogni avversità; ci si allontana ma poi si ritorna lì, a guardarne dentro i frammenti, a cercarne i pezzi anche dopo anni. Magari ci disgusta, magari ci si sdegna ma è lì, come una cicatrice e non puoi rimuoverla, puoi solo osservarla sbiadire. Ma resta. Allora consideri te stesso come una candela, solcata dalla cera del tempo, con una fiamma che si fa’ flebile ma resiste nelle peggiori intemperie. Ma che si desta nella nuova aria, si fa’ forte quando assume ossigeno, ossigeno puro che né rinvigorisce la forma e la luce. Brucia, brucia l’aria come brucia l’anima quando ne condividi appieno quella Fede, quella fede che si riassume in Amore. L’amore è una Fede, l’amore è un donare se stessi ad una causa, ad un’altro cuore. Fede nell’amore come Fede nell’essere pronti a donare i propri occhi, le proprie braccia, il proprio Io inteso come veicolo di esperienza. Di vita. L’amore come Fede quando hai perso tutto eppure non hai perso la speranza, la speranza di essere amato, almeno nei ricordi, di essere considerato anche mentre nel freddo del tuo dolore qualcuno ti poggia un cappotto caldo sulle spalle. La Fede nell’amore come assoluto, l’amore per se stessi, aldilà di ogni logica apparente; la tua felicità non coincide con il volere altrui ma nella forza in cui condividi il tuo dissenso verso dogmi non scritti da te. Perché la Fede in te stesso è la stessa dell’amore, perché chi si ama, ama, a prescindere da chiunque ponga veto. La fede nell’amore come bisogno naturale di assumere altri occhi, assumere altri colori. Ingentilire le nostre corazze e deporre l’ascia della solitudine.Condividere una Fede, alla fine, è condividere il nostro abbraccio simbolico verso altre forme di vita. Con una mano tesa, piena di speranza, pronta a donarla verso chi vorrà o saprà coglierla. Cogliendo il tocco, divieni responsabile dello scrigno invisibile che stai porgendo. Fa’ si che non vi sia malcelato lume, nel forziere e non vi sia fiamma che possa nuocere al tuo dono.

Essenzialità individuale

La luce puntava sul centro del palco; intorno, il buio la faceva da padrone.Rumore di passi sulle assi di legno del teatro, che gemevano rivelandone gli anni.L’attore venne avvolto dalla luce, era alto e slanciato, occhi arrossati dalla mancanza di riposo ma vivi, veloci.Si presentò rivelando in sottovoce il suo nome, giacché il regista, seduto sotto il palco, provò a richiederlo distrattamente, ma l’attore attaccò il suo monologo prima ancora che l’uomo potesse finire la frase.‘’Non ho identità, ho un nome,mille nomi e nessun volto; oppure mille volti e nessun nome.Cammino nella spazzatura; cammino di notte, lontano dalle vie colorate poiché di colore io posseggo solo un dente, che è blu.Blu, come la vernice che rimaneva sui miei denti mentre coloravo i muri per i miei bimbi; blu acceso, blu come il mare che li ha inghiottiti mentre cercavamo di raggiungere le coste di un paese straniero per scappare dalla fame e dalla miseria; di loro resta solo questo mio dente blu, a testimonianza che il colore non ha politica e non ha numerazioni, ma semplicemente ha sede laddove risiede la felicità.Sono un boxeur che ha perso al gioco casa e famiglia; di notte attraverso una strada, sempre e solo una strada, fendendo pugni stanchi e ormai impolverati dal tempo come per combattere il mio animo distruttivo. Gli occhi un tempo azzurri, oggi grigi, sono testimoni di inverni e di estati, la mia pelle è segnata dalle intemperie come il mio animo, ma non ho perso la speranza un giorno di veder le mie braccia non fender aria, ma pronte ad abbracciare la mia famiglia.Sono una porta chiusa, di colore bianco, che separa il confine dal reale all’astratto, dove le porte chiuse evocano da sempre un desiderio di rivalsa e di genio o di mera sconfitta; una porta chiusa in viso è il viatico che ci separa dalla quiescenza, dall’abbassare lo sguardo e mostrare riverenza allo sberleffo della dolce vendetta del sapiente, che consente di varcare non una ma più porte e di levare la sedia a chi ci ha detto ‘’No, grazie’’.Sono Manuel, che esco di casa e mi raggiunge un proiettile destinato ad un’altra anima; insieme a questa anima, vincerò le Olimpiadi anche se non potrò usare più le mie amate gambe, danzerò con le braccia oltre il vischioso e ammorbante liquido intriso del malaffare.Sono volpe e Principe, sono quell’invisibile che racchiude l’essenziale, sono una biblioteca nel quale i libri parlano e gli esseri umani restano in silenzio ad ascoltare il Tempo raccontarsi, respirando polvere, polvere che altri esseri umani hanno accumulato lontano dal sapere.Sono infine Amore, quell’amore che non ha desideri o logiche, quell’amore solo che è insito nella pelle di chi ha occhi per guardare oltre le dorate sfumature cromosomiche che la sola iride non può definire, quello spirito che ci spinge a compiere gesti eroici che nessuna storia riporterà, se non quelle cicatrici che solo il nostro animo ed il nostro cuore sanno conservar con cura”.

L’attore, una volta terminato, si trovò il viso intriso di lacrime; gli occhi erano ancor più rossi ed il respiro era affannato, ma un sorriso greve solcava il suo viso, sino ad allora marmoreo e con lo sguardo fisso nel buio; il regista non ebbe tempo di poter esprimere un parere poiché l’uomo si girò e scomparve nel buio, laddove era venuto.Spesso non ha importanza sapere un giudizio o attendere un verdetto; le parole, i sogni e anche la rabbia necessitano solo di avere un qualsiasi palco cui rivolgersi; sarà nostra cura comprendere anche solo un verso per creare la storia del nostro destino e quello altrui.Di coloro che amiamo o che ameremo.

Parole Sdilinquite

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Un tintinnio lontano, a cadenza ritmica, battevano nella mia testa.Suoni lontani, di natura ignota che albergavano ormai da giorni nella mente come fossero presagi di un monito, o un ricordo primordiale che si affacciava. Tin….Tin….Tin..Dietro il tintinnare ora sento un brusio, flebile, confuso. Gente che parla, molta gente. Nessuna voce, in verità, che riesca a decifrare. Son da solo nella stanza? Vorrei capire ma fà così freddo, non me la sento di guardare…mi fanno male gli occhi, non riesco ad aprirli.Dovrei chiedere aiuto si, sarebbe una buona idea.Ma a chi?

E allora rifletto sul fatto che, quando non ricevi aiuto da nessuno, perché nessuno ti può aiutare, e quando persino dentro di te tutti ridono di te stesso, perché neanche tu sai più come aiutarti, e sei goffo e inutile, quando la nave affonda, tu unico passeggero, e tutto quanto hai amato di dolce, di bello, di puro, sembra ormai così lontano da te, irraggiungibile, e ogni cosa ti è straniera e seppure la tua rubrica sia ricca di numeri, non ve n’è nessuno, in realtà, al quale poter confidare tutto e tu farti concavo a ricevere il succo dell’altro, quando anche il sole non ti scalda più e nulla ti rallegra, non il mare che vibra sotto le stelle spente, né il vento che in realtà ti perseguita, ti batte, quando tutto è un mistero senza amore e amore senza mistero, sciagurato e nudo, e ogni cosa ti sembra vana, e ti domandi come facevi a sognare….

Anche i ricordi ti infastidiscono perché sono sempre quelli e maledire è troppo e benedire troppo poco, quando tutto è silente tranne il ruggito dell’anima ferita, che sembra gridare contro lo mondo intero e sai di essere fortunato, perché ad altri è accaduto assai peggio; ciò nonostante, trovano la forza di aiutare il prossimo, quando tutte queste cose e molte altre ancora si muovono dentro di te come un metronomo di pietra, nel dolore immobile senza emozioni, in un contesto feroce senza vita, e nulla più ti interessa o ti scalda, nulla ti sembra abbastanza, nulla è buono come lo intendi tu, e sei stufo di fare il martire e non hai davvero la stoffa dell’eroe, quando tutto questo è compiuto come una messa nera della quale sei tu l’officiante e l’anima sgozzata, e non provi odio né rancori e non pregusti nessuna vendetta, perché tutto è stato offeso tutto già vendicato, il futuro ti provoca panico, il passato ti rigurgita, e anche le parole che scrivi ti disgustano, perché sono troppo enfatiche, sdilinquite, già sentite e comunque  non trasmettono niente e tutto dentro di te dice che sei un perdente, non hai più interessi, né voglia di leggere libri o giornali, e neppure di viaggiare, e sei arido e spento, in questo, precisamente in questo punto del nulla, nel disinteresse e nel rifiuto, nella vergogna e nel disamore, quando tu stesso hai abbandonato la tua nave, e sai che non esiste nessuna isola, nessuna donna, nessun approdo, nessuna speranza, e tutto il contrario di tutto sarebbe comunque uguale,  è qui, ora, adesso, che sei in te, vivo e libero, e ogni respiro è un miracolo, ogni attimo un cortocircuito felice.

Perché vivi, sopravvivi, lotti e ti siedi. guardi e sei assente, dormi e sei vigile.Respiri e a volte vorresti non farlo, ridi piangendo, e gusti il vuoto.Ma volgi lo sguardo e vedi attimi.Attimi che riempiono l’orizzonte.La vita è fatta di attimi, fotografie indelebili e altre delebili, basta guardarle a fondo e sceglierle.Corri camminando, non sai ancora cosa fare ma sognare è l’atto di coraggio e di rivoluzione più estremo, oggi.Piangi lacrime vere, per dolore o gioia vera.Piangi sempre nell’attimo. E mai a lungo. Perché una lacrima vive quanto una raggio di sole. Poi si trasforma.

Apro finalmente gli occhi ed esco dalla stanza. Cali il sipario e il buio si prenda la sua rivincita sulle luci. Vi sono nuovi palcoscenici da calcare e questo ora sia solo casa per la polvere del tempo.L’istante che ancora attendi necessita di maestose scenografie.

Sofismi

Jim Morrison

Nel braciere brucia l’essenza, profumo di legno antico, cuoio consunto. Musica. La percepisci come un profumo, la senti nelle viscere più recondite.Si scioglie l’orologio, il tempo liquefatto viene scandito in frazioni e risuona solo la corrente del tuo corpo.Non hai vie di scampo.Brandisci come coltelli le pieghe del tuo inconscio, provi a combattere ogni nota, suono, frammento di vetro.Anche nella melodia più sontuosa, attendi l’istante del suono barbaro, quel suono che spezza l’armonia per creare il crescendo.

I venti hanno direzioni, ci spiegano, essi portano semi e suoni; come nuvole, li guardi e li avvolgi nel tuo iride, li assembli nel tuo timpano e li giudichi come irriverenti o lieti.Che sia una campana o il mantra dell’uomo spirituale.Ma non pone limite la musica, non ha direzioni alcune. Perché appartiene all’universo. Ha sofisfi eccentrici, virtuose cadute disgiunte dall’icona classica del virtuosismo. Perché in essa ricerchiamo l’istante di follia, dove urlare senza ragione nel riff elettrico, nella distorsione feroce della nota, in esso cerchiamo con bramosia le nostre origini, i segni marchianti della nostra storia. Uomini ed elementi, nulla più, nello scontro per la sopravvivenza, nel fragore della tempesta e nel suono scrosciante della pioggia le nostre grida hanno attraversato il tempo. Violenza pacifica, laddove i muscoli si contraggono per convogliare energia ad altri, connessione spirituale nella tribù che danza.

Vi era una donna, indossava una maglia fatta di perle di metallo; ad ogni passo, una perla si staccava e cadendo, emetteva un suono di una nota di un pianoforte.Chi la incontrava ricordava colori proibiti, chi la incontrava ricordava guerre mai combattute, mani sporche di fango nell’arido deserto, ricordava i lupi ululare, bambini sui banchi, notti senza sonno, serpenti dalla fredda pelle in laghi antichi. La Dea cantava sommessamente, camminando, accompagnando con note d’aria i suoni delle sfere cadenti. Nelle case, donne e uomini ascoltavano; iniziando a muovere la testa, le dita schioccavano, le gambe cominciavano a muoversi, ragazzi e ragazze sui divani brandendo un mescolo cantavano, uomini e donne a suonare strumenti d’aria e per un istante, solo uno, il mondo era in pace, troppo occupato dalla propria orchestra mentale.
Strappati le vesti infine, donna sublime, non aver cura del giudizio altrui; la vera musicista sei tu, tu che crei vita, tu che nel primo vagito del tuo infante costruisci la colonna sonora del futuro.

Consistenza dell’essere, dove anche l’anima ha un peso; se essa pesa, che ad essa possa darsi nutrimento, affinché il nostro spirito possa salire non leggiadro ma consunto ed ebbro delle nostre melodie; non vi sia ascensione senza peccato, il peccato di non aver esplorato, di non aver mietuto la conoscenza del suono, attraversato il moon river, rubato un bacio nella notte, esplorato il corpo di un uomo o una donna, accarezzato mentre la musica scandiva il tempo di ogni estasi, nel caldo letto della perdizione dei sensi;folli, folli in cerca d’amore, questo amore usato per celebrare ogni istante il secondo liquefatto che ci allontana dalla nostra nascita per renderci sempre più consapevoli che macchiare la nostra anima di intenti affini all’arte ci rende liberi di poter discernere il vero centro della nostra esistenza, ovvero che il tempo che abbiamo è unico, unico perché ci dà il diritto di scegliere sempre cosa ci è grato oppure no e il libero arbitrio fa’ si che questa concezione possa essere ribaltata, il nostro tempo vissuto come ogni istante di rinascita. Non ha importanza alcuna chi siamo stati, chi siamo oggi, cosa saremo domani. Ha importanza solo ricordare quando siamo stati felici e per questo dovremmo vivere. Per cercare di essere sempre più felici, sempre più musica per chi ci ama e ascoltare musica da chi ci ama. Essere davvero un Dio, nella nostra anima sporca d’arte.

Padre e Figlio

Un breve corridoio separava la stanza di mio padre dalla mia, un corridoio a forma di L che faceva si di separare quella stanza da tutto il resto. Anche se la distanza era non eccessiva, vi era come la sensazione che vi corressero distanze siderali, quasi fosse in una dimensione diversa, in un’altro luogo. Era quasi sempre via per lavoro, quindi avrei potuto avere la mercé di quel luogo e invece non vi entravo quasi mai, lasciando in esso una sorta di sacralità che non andava violata.Il quasi mai era dovuto alla cabina armadio di mio padre, una sorta di paradiso alla quale avrei voluto attingere a piene mani per cibarmi delle camicie, delle giacche, dei meravigliosi cappotti e impermeabili che in essa erano contenuti. Avrei voluto davvero prenderne alcuni e indossarli, ma non sono quasi mai riuscito in quanto, quella porta, era chiusa a chiave.Inaccessibile.Solo rare volte mio padre si dimenticava di serrarla, cosicché potessi qualche volta approfittare di quella leggerezza e prendere una giacca, in particolare, una giacca nera che mi piaceva da impazzire e con cui uscivo, indossando il profumo di mio padre e immaginando di indossarne anche l’animo, di apparire adulto e sicuro di me, come lo era lui, di imitarne anche i gesti e scarsamente il tono di voce.Carpirne la grandezza, quella grandezza che vedevo nei suoi modi mentre era in pubblico, come si muoveva veloce e attento ad ogni dettaglio, lasciando una sorta di scia di attenzione polarizzata che altri, tutti, seguivano. Non io. Quella giacca rappresentava per me un simbolo, era aderente, le tasche chiuse se non il solo taschino, per ospitare la pochette; aveva il collo alla coreana, così inusuale all’epoca, ne determinava il carattere, l’eccentricità. Tre bottoni, neri anch’essi ma in onice, che risplendevano nelle luci della città come se volessero attirare anch’essi attenzione e ammiccamenti. Un capolavoro creato da un abile sarto ed io avevo la fortuna di avere già, anche se ragazzo, le stesse misure di mio padre. Quella giacca, quelle giacche erano per me una rivalsa anche, perché tra me e loro e mio padre c’era un elemento in comune, ovvero la porta chiusa. Quella porta così aperta per il mondo intero, quella porta che molti, molte, varcavano così facilmente a me restava chiusa, chiusa da serrature così pesanti e robuste da non trovare neanche il più abile fabbro atto a scassinarle. La porta chiusa era la diversa dimensione in cui eravamo, in lui il mondo da prendere come fosse una scatola di cioccolatini, da scartare, gustare e poi gettare e in me invece un mondo che ancora non capivo ma a cui cercavo di dare un peso, ed il peso non era determinato dalla parola ma dalla riflessione; lunghi i miei silenzi, quasi irriverenti tanto che erano oggetto di lunghe e profonde discussioni, sermoni direi, in cui mio padre mi esortava a dire qualcosa che forse non gli sarebbe neanche interessato, ma a dire qualcosa perché non era possibile che io non avessi niente da dire. Ma io avevo da dire e da dare, avevo mondi in continua evoluzione che a stento contenevo, avevo musica e sangue, rabbia e follia, colore e distruzione. Ho provato, a fatica, a parlarne ma la porta chiusa era chiusa, si apriva solo nell’ascoltare un disco o un film, ma solo in quel frangente e troppo breve come lasso di tempo. Poi si tornava ognuno nella propria dimensione.Io dietro la porta chiusa e lui nel mondo della commiserazione della propria grandezza ed un mondo che non poteva capirne la portata. Così negli anni la giacca è sempre stata presa e riconsegnata, in quelle dimenticanze della serratura; anche altri abiti sono stati portati alla luce in maniera fraudolenta ma poi ogni volta sapientemente rimessi nella propria stampella. Molti abiti nuovi sono comparsi, un accumulo sempre più chic e sempre più ricercato, sin quando non è stato il momento di separarmi dalla mia stanza, dalla casa, per creare il mio armadio. Ed ho portato via quella giacca come simbolo di rivoluzione, come un ladro astuto che brama un oggetto per possederlo o per decidere poi cosa farne. Il gusto proibito. Un sospiro di finto sollievo da mio padre alla mia dipartita, così si sarebbe potuto godere la casa e i suoi spazi e non avere quel figlio silente che tanto creava disagio quasi; ma in quegli occhi, al saluto, c’era tanto rammarico e tristezza poiché forse, per un istante, si accorse che stava perdendo qualcosa; ma poi la porta si richiuse e dopo averla chiusa, non si è più aperta, via via col tempo neanche ad altri, lasciando solo un piccolo barlume di quella grandezza per lasciar spazio al lamento della mancanza di valori e perdendo il gusto per la vita, per l’amore della vita. Perché anche i grandi fuochi si spengono, se non vengono alimentati con l’ossigeno dell’amore.

Sono passati anni e quella porta non è stata abbattuta ma anzi, viene ormai saldata dal silenzio e dalla distanza incolmabile; decido quindi di seguire un percorso che può definirsi folle, spirituale o semplicemente privo di qualsiasi fondamento. Prendo la giacca, la metto con cura in una valigia insieme a poche altre cose e parto alla volta di quello che un tempo era chiamato Tibet, più precisamente nella contea di Sertar.

Giungo a Chengdu, capitale dello Sichuan e dopo una giornata di viaggio in auto arrivo a Larung Gar, ove sorge il più grande tempio buddista, per poi passare per Yarchen Gar, dove noto meravigliose e misteriose casupole di colore rosso, abitato dalle monache. Da una vita avrei voluto osservare, vivere questi luoghi, ma ho un solo obiettivo e lo devo portare a termine.Giungo in un villaggio il cui nome non ha importanza, un piccolo villaggio sperduto; lì chiedo di parlare con il Tomden, ovvero lo sciamano o macellaio yogin; esso è il cerimoniere dei riti funebri, che consiste nello sventrare il corpo del defunto per offrirlo agli avvoltoi, recitando mantra dinanzi ad un piccolo tempio; questo avviene per far si che l’anima dell’uomo possa volare in cielo, offrendosi e ringraziando la Natura per la vita che ha potuto attraversare. Parlo con il cerimoniere e gli spiego la mia venuta, mentre estraggo la giacca dal mio esiguo bagaglio; vorrei che riempisse di carne questa giacca, tagliandola, vorrei che attirasse a sè gli angeli del cielo, come vengono chiamati gli avvoltoi, vorrei che facessero a brandelli quei tessuti e ne portassero con loro qualche filo; sarei felice se potessero portare con loro un pezzo della mia vita e quella di mio padre e farle volare in cielo, affinché traghettino questo mio messaggio di ringraziamento per la mia e sua vita, vorrei che potessero mandargli comunque un messaggio di speranza e di pace, di colore, vorrei che potessero quasi parlare per gridare o che in silenzio possano far comprendere che l’amore per la vita è di fatto il dono più prezioso che possiamo ricevere. Non importa se poi chi ci ha creato è parte o meno di noi, non ha importanza ciò che determina il tuo Io, se la tua famiglia o quella famiglia che vuoi abbracciare poiché tua nel senso più vero dell’umana comprensione ovvero, quello della ricerca interiore del chi vuoi essere domani e non chi sei stato ieri; il tuo ieri ha determinato il passo che hai voluto compiere, il tuo oggi è l’occhio aperto al cammino che vi si pone di fronte; il tuo domani sarà la genesi tra il passo e la vista.Quindi vola, mio splendido avvoltoio e porta laddove le tue ali sapienti vorranno spiegarsi questa mia unica e sola preghiera; che ad semplice uomo rinchiuso nel proprio scrigno sia data di nuovo la scintilla della vita e che ne possa far dono nuovamente a chi vorrà stargli accanto; non sarò io, non più figlio ma ormai uomo libero e scevro da legami, per mia libera scelta; ma mi inchino e sorrido, ringraziando mio padre per ciò che comunque mi ha dato di più importante, ovvero la conoscenza dell’amore perpetrata come simbolo di vera rivoluzione. Dietro una porta chiusa.

Elegia!?

le occasioni della vita
by artonweb.it

Proscenio o palcoscenico? non distinguo ora la differenza., signore e signori. La considerazione principale da porsi o da pormi, sia mai che siate gentili e vogliate ascoltare, è la seguente: meglio un abito grigio oppure dovevo virare sul blu, considerando la bella giornata posta sopra il mio cappello? Il grigio è stata la mia prima scelta, vuoi per enfatizzare e definire la mia figura, vuoi perché si intonava meglio al cornicione sottostante.Ora come ora cerco di piegare il meno possibile le braccia, sia mai che mi si sfalsa il centimetro e mezzo del polsino fuori dalla giacca.Non avrò mica il risvolto scucito? Che vergogna sarebbe, uno crede di uscire perfetto e una defezione del genere sarebbe davvero disdicevole. Per fortuna è integro, ma che paura ho avuto. Che aria fresca però, su questo tetto; avrei dovuto pensarci prima, a salire qui e godermi questa brezza ristoratrice. Ma sai, gli impegni, non trovo mai il tempo per fare nulla.Poi cosa avrei dovuto guardare? magari mi prendevano per un pazzo. Una vita a costruirsi una reputazione e gettarla alle ortiche per guardare le stelle da un tetto?Suvvia, siamo seri.Ma divago, signori e me ne scuso, la mia intollerabile maleducazione non mi ha neanche dato modo di presentarmi; mi chiamo Dupè e vi parlo da questa inconsueta locazione per via di…perché cercavo…no, scusate, son giunto qui per trovare…modo, no neanche, per diletto, ma va’ menzogne, no, son qui perché son qui.Oh, ecco la chiave giusta. Perché son qui? domanda facile, che solo i filosofi del mondo ricercano da secoli. Ovviamente per saltare no? perché uno si accingerebbe a salire sin qui invece di camminare, lavorare, amare od odiare. Sforzarsi di appartenere, legarsi e dimenticare, strusciare nel mucchio.Omologato? lo sono, certo, ci tengo a curare la mia immagine. Immagine…immagino l’immagine nell’immaginazione, lisa ormai, quasi desueta questa immagine (o immaginazione?).Perché l’immagine è si statica quanto movimento, ma il movimento lo determina chi guarda e non chi propone.Provate, signore e signori ora a dirmi quanto segue: io sto’ saltando verso il basso ora oppure sono atterrato su questo cornicione saltando dal basso? La statica è l’immagine, quanta meraviglia….

Nahia

l'infamia di giovani vite marchiate

Era fredda la notte, Sonora ancor non perdonava l’avventato che vi si prefiggeva di attraversarlo, quasi a monito di ciò che il destino riservava; rotolava nervosamente la hierba, sfere impazzite sferzate dal vento feroce che soffiava, lanciando sabbia negli occhi di Hector, di Rosa e di Nahia. Separati ormai dal gruppo di altri desperados partiti con loro in cerca di una Terra più gentile, erano dispersi e vagavano nel buio sperando e pregando di raggiungere un punto, un qualsiasi punto che potesse dargli solo per qualche ora ristoro e protezione dal freddo.Solo i saguaro offrivano dolcemente la loro acqua e i più anziani i loro frutti, mani gentili che lacrimavano vedendo i loro niños che scappavano dalla natia terra per colpa della violenza, del sopruso, della povertà mantenuta da interessi ormai lontani dal sangue gentile messicano, laddove quel sangue sgorgava a fiumi dai corpi martoriati da banditi mascherati da salvatori.Camminavano, ogni passo ormai pesante nel cuore di Hector invocava paura per la sua bambina, Rosa pregava la Madonna di proteggere i suoi amori e si consolava pensando ad una piccola casa e Nahia con lo zaino che rientrava da scuola scendendo dal bus giallo, quel bus che tante volte aveva visto di sfuggita nella tele del villaggio nei telefilm americani, carico di bambini urlanti e festosi; sorrideva e pensava come la sua nonna le soleva dire ”La mujer prefiere tener hijos que tener sueños,
pero se enamora terriblemente de los sueños que otros dan a luz” e lei si era innamorata di quell’idea di essere americana, di poter crescere e prosperare protetta e sicura in una realtà sconosciuta ma così calda e romantica. Nahia invece guardava le stelle; quelle stelle che lei conosceva e a cui ad ognuna aveva dato un nome mentre le guardava seduta fuori da casa.Osservava rapita anche i cactus maestosi, alti tante volte il suo papà che si ergevano scuri ma non minacciosi anzi, erano guardiani silenti e lei era felice di vederli, le sembravano bambini cresciuti che giocavano a prender in giro gli alberi, Cercava animali, Nahia, che da grande voleva diventare veterinaria per curare tutte le creature, veder giocare un cagnolino ferito, veder correre un cavallo azzoppato, volare un uccellino con l’ala spezzata. Vide uno scorpione passarle vicino e lei si preoccupò che non prendesse freddo, voleva prenderlo e custodirlo sotto quella felpa rosa che cercava invano di tenerla calda. Ma lo scorpione sparì, nella notte, nel buio.Lo scorpione la guardò e percepì una sensazione mai provata; si affrettò a scomparire nella sabbia. spaventato dalla grandezza di quella forza.

Nel medesimo istante, in Puglia. L’odore che proveniva dalla spazzatura portava pane e carne; dopo tanti giorni finalmente poteva mangiare, dopo giorni passati al freddo di Dicembre, dopo giorni passati a pietire un pasto e tanti calci ricevuti, dopo innumerevoli poste ai negozi colmi di cibo preclusi a lui.Aveva fame e cercava qualcosa da portare agli altri suoi amici più anziani, rintanati nelle case abbandonate nelle campagne.Si avvicinò con cautela per non spaventare gli umani che chissà perchè vedevano in lui una minaccia; si ricordava la sua immagine, i suoi occhi erano buoni, era nero e maestoso un tempo, ora emaciato ma il suo lungo pelo ancora lo manteneva bello; era gioioso di poter avvicinare i bambini, sarebbe stato felice se qualcuno gli avesse donato una carezza come avveniva in passato, prima che decidessero di farlo scendere dalla macchina una sera e ripartire senza di lui.Lui era rimasto lì e tornava sempre in quel punto, in attesa che tornassero a prenderlo, si spostava solo per andare a cercare acqua e cibo e aiutare quei suoi simili spaventati e rabbiosi, diffidenti nell’avvicinarsi nei posti dove vivevano loro, quelli che camminavano eretti. Arrivò al cassonetto e iniziò a prender con cura quegli avanzi e deporli accanto a sè, stando attento, invano, a non mandar giù qualche boccone ma non potè farne a meno, era troppo affamato. Si accorse che non doveva neanche tirarne fuori dal sacchetto perchè non era rotto, poteva portarlo agilmente senza fatica. Era felice, si incamminò con passo svelto verso quella strada buia ma non per lui, in pochi minuti sarebbe stato dai suoi amici e poi, dopo aver mangiato, si sarebbe seduto là dove era sceso dalla macchina, aspettando; fù così che si senti chiamare, un piccolo fischio amichevole alle sue spalle e due uomini in ginocchio che gli schioccavano le dita per attirarlo; ci pensò un istante,se fidarsi o meno, però sembravano due brave persone e poi, quanto gli mancava una carezza ed un gesto gentile; si diresse verso di loro, scodinzolando.

Nel mentre, nel deserto di Sonora, Hector finalmente vide in lontananza due piccole luci; il suo cuore si riempì di speranza, dentro di sè un giaciglio e un po’ di calore già scorrevano nelle vene; Rosa, vedendo nello stesso momento quelle fiammelle lontane già pregustava acqua per Nahia, per sè e suo marito, arse ormai dalla sabbia a dall’angustia del viaje. Ma Nahia ebbe un tremito, già come sentisse e vedesse in quelle luci qualcosa di nefasto, qualcosa che non era gentile come i saguaro ma anzi, portavano solo umiliazione e morte, disperazione su un falò di umiliazione ormai arso dai giorni, dalla vergogna. Hector sferzava il vento tenendo attratto a sè sua figlia e cingendo con un braccio sua moglie, i cojote urlavano nella notte, mentre i serpenti strisciavano lungo i fianchi della strada battuta sollevando, anch’essi, piccoli rivoli di polvere , come se già non ve ne fosse abbastanza per far lacrimare gli occhi ai nostri. Hector, con il cuore gonfio di quella forza che solo un padre e marito innamorato possono avere per la voglia di cambiare e per la vergogna di dover far patire tali brutalità alle sue amate, con il cuore gonfio di quell’orgoglio di uomo perbene, nato da quella sorgente cristallina che solo gli uomini di tempra son bagnati, temprati dall’amore per la vita e per la propria famiglia, dal volere e pretender una vita dignitosa, laddove la dignità non è il soldo ma il riconoscimento a essere utile, utile alla comunità e a se stessi come principio univoco di missione di vita.Le due luci divennero sempre più vicine e ad Hector, a Rosa e Nahia si gelò il sangue, sentendo il rombo del motore che le accompagnava, sentendo le voci gridate da invisibili megafoni che in una lingua straniera intimavano un qualcosa di sconosciuto ma lo stesso minaccioso.

In Puglia, nel frattempo, scodinzolando si avvicinò ai due uomini, desideroso di una carezza, desideroso di ricevere magari qualche altra prelibatezza; una volta giunto accanto a loro, venne preso alla sprovvista, gli bloccarono le zampe e ridendo lo portarono in un vicolo vicino; uno dei due estrasse due cilindri gialli, grandi non più di cinque centimetri con la testa marroncina scura; li misero dentro le narici del cane nero mentre quest’ultimo scalciava e guaiva, mentre lottava per vivere e sempre ridendo uno dei due fece scattare la fiamma da un accendino e bruciò la parte pirica dei raudi posti all’interno delle narici del cane; vi fù uno scoppio feroce, sangue misto ad ossa schizzarono addosso ai muri del vicolo e addosso ai due uomini che con disgusto arretrarono e insultarono il povero animale, vilipeso ancor più, reo di avergli sporcato il vestito buono.

Nel deserto, le luci ormai prossime continuavano ad urlare, i tre desperados non poterono che rimanere fermi mentre lo stridore delle ruote, frenate dalla sabbia alzarono altra povere, polvere nella polvere come i sacri testi ironicamente recitavano. Si aprirono le portiere e due grossi uomini uscirono dalla macchina, urlando, tenendo fisse davanti a loro delle pistole. Nahia notò i loro corpi grassi e ad uno di loro una macchia oleosa sul colletto della giacca; nel mentre Hector, udita la frenata e le urla, si protese a proteggere Nahia e Rosa dietro di sé; questo gesto fù colto da uno dei patrol come un attacco e sparò, colpendo Hector al cuore; il suo corpo cadde esanime al suolo, il suono dello sparo fece scappare i serpenti e i cojote nelle vicinanze, amici di viaggio, esseri per noi mortali che erano solo testimoni di una migrazione che non riguarda solo gli animali ma ogni specie vivente alla ricerca di un posto migliore in cui stare, in cui prosperare. Mentre il corpo di Hector cadeva, Rosa lanciò un urlo e si lanciò verso il marito, ormai folle, per salvare almeno la sua dignità nel non cadere a viso duro nella sabbia ma preservare, se possibile, la sua pelle dalla miseria della terra.Questo urlo fù interpretato come un attacco dal secondo uomo che sparò centrandole il collo, da cui uscì sangue rosso, rosso vivo come le rose cui era appassionata, sangue rosso di devozione e amore, sangue che avrebbe tinto per sempre le strade del deserto. Nahia inerme vide sgretolarsi per sempre il futuro e non vi furono più stelle a darle conforto nè vide più cani correre felici nè cavalli correre nelle praterie; vi fù solo un lungo silenzio in cui solo i suoi battiti accelerati del suo cuore risuonavano nel vento freddo del deserto. Uno dei due uomini, ansimando, arrivò al suo fianco e le tirò su la manica della felpa rosa e vi appose un numero, 1653 e corse con il suo vigliacco sodale in macchina, partendo velocemente e scomparendo nella notte. Nahia rimase accanto ai corpi dei suoi genitori e non si mosse, non mosse un muscolo mentre la gola diventava secca e gli occhi ormai gonfi di lacrime e sabbia, non si mosse mentre ormai la sua pelle diveniva secca per il freddo; si tolse la felpa e la mise sulla mamma per non far si che il suo sangue andasse perduto, mentre quella felpa da rosa diveniva rossa, rossa come la vergogna di desiderare, di sognare, osare costruire un futuro diverso, avere l’idea che non vi siano barriere ma solo opportunità; Nahia rimase sveglia sin quando il suo corpo non fù sopraffatto dal dolore e dalla stanchezza e chiuse gli occhi; chiuse gli occhi castani, Nahia, chiuse gli occhi pensando che avrebbe rivisto il sole e che si sarebbe svegliata accanto alla sua mamma e al suo papà e avrebbero concluso il viaggio e sarebbero arrivati in quella piccola casa e papà avrebbe cucinato per loro le focacce di mais e brindato con la mamma.Chiuse gli occhi sorridendo, Nahia, mentre moriva, portando con sè l’effigie del mondo occidentale, portando con sè il numero della vergogna che speravamo, noi tutti, di non dover vedere ancora.

Mentre Nahia moriva, anche il cane nero, ormai sfigurato dall’esplosione, con il solo occhio sano guardava il sacchetto colmo di cibo che avrebbe voluto portare ai suoi amici; il suo cuore ormai allo stremo ebbe un sussulto di tristezza, poichè avrebbe voluto aiutare quei suoi simili ad avere fiducia nell’uomo, a conceder loro il beneficio che insieme, razze, animali, che ogni essere vivente avesse uno scopo preciso e che nessuna di queste risorse fosse sprecata; chiuse gli occhi, Peppo, il cane nero, chiuse gli occhi e il suo cuore cessò di battere nello stesso istante in cui quello di Nahia cessò di battere nel deserto.

Nel narrare questa storia, purtroppo non frutto di fantasia ma specchio reale dei nostri giorni, sovvengono le parole sagge di un detto messicano che recita: ” Tutte le leggi del mondo, l’etica e la morale si riassumono in una parola: rispetto. A Nahia e Peppo, alle migliaia di bambini e animali morti in mare, nel deserto, morti alla volta di sogno chiamato Vita, è dedicato questa mio umile racconto; non vi è scusa o cordoglio che possa ripagare la vostra preziosa e breve esistenza.


Sia resa grazia

Alessandra Ferri & Roberto Bolle

Il leggero suono proveniva affrettato da un punto imprecisato nel buio; un suono leggero, come fosse un alito di vento in una serata di primavera; un suono cadenzato mentre il fragore del violino percuoteva la cassa armonica, un ritmo serrato, le lacrime compresse nelle corde ormai esauste dello strumento; piangeva la nota, strideva lacrime il tempo lacerato dalla bacchetta sapiente del maestro, preludio alla tempesta che di là a poco si sarebbe abbattuta sul palco della vita.

Le braccia tese al cielo, pronte anche a reggere il peso dell’anima, di ogni anima che si sarebbe resa disponibile alla presa, presa come fiducia nella natura dell’uomo, presa come estasi di un movimento più grande di ogni ratio; le braccia come simbolo della rinascita, ombre chiare a dipingere i muscoli tesi, il vigore del fuoco come sangue, il patto perpetuo del Tempo verso la decadenza fermato dalla Bellezza; torso nudo, la schiena inarcata a contrarre la magnificenza della forza, a raffigurarne la vera essenza.Le gambe, oh le gambe colte nella loro potenza primordiale, muscoli come pietra del Canova, marmi in movimento, leggeri come aria nello scintillio della ritmica, possenti colonne nel gesto dell’equilibrio, nel proteggere la Luce protesa, nel lenire il dolore del cigno in volo, solo per un istante, prima di abbandonarla dolcemente verso un nuovo soffio che la riporterà, forse, ancora da noi. Ma il cigno si libbra, il cigno inizia la sua ascesa verso nuovi scenari, perchè in ogni nota, suono, è insito un mondo oscuro se non colto nell’istante in cui il nostro cuore ne coglie anche le sfumature più basse, ogni suono come elemento significativo del carpire l’essenza stessa del Tempo, dello scandire la vena pulsante e tramutarla in opera d’arte.Arte intesa come genesi suprema che ogni percezione personale ne assurge a momento di emozione inconciliabile, stupore del creato.

Improvvisamente il suono leggero cessa, si sente solo un leggero frusciare, in un istante elettricità e fuoco lasciano spazio al solo rumore del battito che si interrompe, mentre un esile ma scultoreo corpo celeste vibra e fende l’aria per incontrare quelle braccia tese, per dargli vita; l’unione temporanea costruisce un insieme di Verità, laddove non è più la fisicità stessa dei corpi ma la congiunzione di stelle nove, di raggi solari portati dal maestrale dei sensi. Come musica, la cui percezione è dettata dalle vibrazioni, la stessa è insita nel fraseggio delle mani, della torsione delle braccia, nella ricerca della perfezione come sola idea stessa di Ragione, dove sottile è il baratro verso la follia.

Le punte tese quasi volessero divenire invisibili, sostantivi della leggerezza con cui solcare con impercettibili movimenti il passo verso la libertà, libertà come prigione delle corde estatiche; la libertà nell’esprimere la Luce è resa prigione poichè per definizione non puoi contenere la Luce, essa necessita come noi dell’infinito per disegnare le ombre, ombre non come confini ma come sodali compagne nella descrizione del Tempo.

il Tempo, il tempo dolce tiranno che scandisce la mimica delle braccia e le costringe a separarsi, per battere ancora e decidere che la schiena ora venga inarcata, che le gambe si muovano all’unisono e che vi sia la lenta discesa; ora il cigno langue sul selciato mentre lacrime cadon scoscese dagli occhi tremuli lungo le braccia stanche e sfibrate ma cariche ancora del suo profumo, delle sue ali.

Sia resa grazia alle ancelle della perdizione, sia resa grazia all’infinito poichè noi saremo morenti e caduci ma testimoni dell’immortalità stessa del gesto, opere d’arte in movimento anche nel coglier l’estasi nel conceder grazia al nostro corpo laddove sia per un attimo sepolto nella musica, musica di violino o del batter d’ali di un piccolo usignolo. Perchè sia dato a noi tutti l’onore di ballare, di onorare la forma stessa dell’oblio come forma di sola Vita; che sia dato a noi tutti di celebrare la nostra vita alla Danza.

Be Sound

”Qualche settimana fa a Torino alcuni bambini mi hanno consegnato la cittadinanza onoraria di un luogo immaginario, da loro definito Felicizia, per indicare l’amicizia come strada per la felicità. Un sogno, forse una favola. Ma dobbiamo guardarci dal confinare i sogni e le speranze alla sola stagione dell’infanzia. Come se questi valori non fossero importanti nel mondo degli adulti. In altre parole, non dobbiamo aver timore di manifestare buoni sentimenti che rendono migliore la nostra società. ”

Mi soffermo su queste parole del nostro Presidente, dove per la prima volta si manifesta finalmente che i nostri bimbi sono, di fatto, molto più saggi di noi; ho provato quindi a immaginare Felicizia, ho provato a immaginarne i profumi e i colori. Sicuramente quei bimbi avranno costruito un mondo meraviglioso che io posso solo lontanamente immaginare, ma vorrei davvero oggi provarci.

Felicizia è posto sul mare, un luogo dove le macchine non possono arrivare, perchè sarebbe rischioso per i bambini che giocano per strada, per gli animali che dal bosco emergono per mangiare insieme agli umani; a Felicizia non vi sono porte, ogni casa è aperta e ogni sera le persone si ritrovano gli uni dagli altri, per cucinare insieme, La scuola non ha mura, è sulla sabbia o dentro il mare che si svolgono le lezioni, perchè vi è come primo compito l’insegnamento del rispetto, della Natura e dei suoi elementi; il mare gentile ogni tanto scherza, mandando onde che bagnano i piccoli piedi festosi seduti sui banchi fatti di pietra di scoglio.

Ogni essere animale o umano non ha necessità di avere documenti di sorta, ognuno è il benvenuto e ognuno che decide di intraprendere un viaggio viene salutato come viene salutato un figlio che si reca lontano; non vi sono caramelle o dolci ma cibo della terra e ogni risorsa non viene sprecata, sono i bambini a determinare come e quando realizzare ciò che a noi ”adulti” sembra ormai distante, ovvero i sogni. I sogni delle fragole rosse e dei limoni in fiore, i sogni delle piante che si avvicendano via via che le stagioni esprimono. Perchè un sogno non ha stagione ma ha un infinito da raccontare. Il profumo delle piante e delle spezie si mescola con il racconto delle persone sagge, dei nonni che hanno costruito le basi di questo luogo incontaminato, scacciando i bulli venuti da lontano che volevano solo tendere il braccio per salutare e mangiare sempre quelle noiosissime patate e quegli strani che si rasano i capelli e si mettono le mani sui fianchi vestendosi di nero.

I nonni raccontavano di questi strani personaggi ed i bimbi ridevano e un po’ si dispiacevano, vedendo i nonni che con aria malinconica ricordavano di quanti altri nonni avrebbero potuto esser lì ma che i bulli non hanno purtroppo permesso che arrivassero a riderne tutti insieme.

I petali dei fiori arrivano trasportati dalla brezza per portare i profumi di casa, la musica nasce per strada, laddove lo strumento che risuona è il cuore battente, una grancassa che mai cesserà di innalzare il suono della vita che scorre e ci rende forti.

La puntina di un giradischi graffia il soffio del vento per portare le note lontane di altri come noi, di altri che con la loro voce o maestria nel suonare ci portano con loro verso altre porte, che solo ciascuno di noi può singolarmente aprire e trovare le sue uniche e personali emozioni; ma puoi girarti mentre varchi quella porta e tendere la mano che qualcuno, al tuo fianco, prenderà per entrare con te in quella nuvola.

Acqua e fuoco camminano insieme per le vie di Felicizia, perchè Felicizia esiste già, Felicizia è nelle tue vene e sostiene i tuoi occhi, sostiene le tue parole; Felicizia è un luogo posto al centro della tua anima, stà a te cercare quella strada che, ricorderai, non è percorribile in auto ma puoi semplicemente raggiungerla in volo. E’ un breve salto; chiudi gli occhi e tuffati.

Another brick, please.

La puntina graffia il vinile; ho socchiuso le imposte, le casse puntate al massimo e una sigaretta a creare l’effetto nebbia, quella nebbia necessaria quando varchi certi confini.

Quel suono di fisarmonica lontana ricorda quei piccoli parco gioco dove si installavano le giostre; il tempo è lugubre e suona un fulmine, suona una litania dolce e lugubre, con le gocce di pioggia che iniziano a cadere; è iniziato lo show, non sai bene da che parte è il palco, non sai bene come potrà porsi nelle prossime ore, o anni, il tuo destino. Ma tutto ciò ha importanza? Guarda dentro chi sei, nel tuo dna, puoi essere tutto o niente.Fumi o ti droghi; attento là fuori sparano.

Ti trovi forse immerso nella coltre di ghiaccio, quel ghiaccio che tutti i giorni affronti, mentre ti incammini verso il tuo ufficio, verso casa; vorresti pattinare forse, ma non ne sei capace.Pattinare non per diletto ma per sfuggire, veloce, dai doveri verso i piaceri, dalle struggenti note della tua consunta vita per cercare nello stridore della velocità un qualcosa. Un mitra forse. Un mitra non per nuocere ma per bucare il soffitto cupo che piano piano si dipinge sul tuo volto, quello della mancata speranza e della cenere dei sogni.

E allora lo sguardo si oscura, mentre un lento basso e una chitarra, lontane, suonano due sole note che sono il preambolo della guerra, la tua guerra, di nessun’altro, contro te stesso. Perchè non vi è nemico più feroce del tuo Io, non è vero uomo? Perchè ti hanno insegnato che vige il perdono, ma tu non te ne dai. Hai perso troppi treni per il perdono, i tuoi occhi ora sì provano rancore. La vita è rancore perchè la gente grida, ti ordina, di rinnega o ti emargina. Li vedi i mattoni che si sgretolano? tu sei solo uno di quei mattoni, nel muro occidentale. A scuola venivi deriso, ma forse tutti noi eravamo derisi. Trattati da idioti, laddove non si insegnava l’individualismo come merito, come collante al colletivismo; perchè uno è uno e più di uno è somma, ma uno più uno non è pensiero comune, è discussione e confronto.

La tua ferita è lì uomo, il fatto che sin da subito non hai potuto o voluto prender coscienza del fatto che sei da solo e da solo devi formarti. Poi forse sarai utile o forse inutile, perchè sarai un idiota.

Alza gli occhi e guarda gli elicotteri, senti urlare questi miserabili che attentano alla tua mente, al tuo pensiero. Corrono, corrono nelle scariche elettriche del tuo cervello, ti stanno sparando per crearti buchi nella coscienza, ti stanno sparando e ti intimano di inginocchiarti. Per loro devi restare immutato e non pensare, pensa al bene comune, pensa che altri penseranno per te e decideranno chi e cosa sei, a parte come prima detto che sei solo un altro mattone che si sgretola nel muro occidentale.

Non ti dicono però che il tuo pensiero è sotto controllo, ascolta, ascolta cosa ti urlano, che non sono li a dominarti ma a consigliarti, che forse il cinismo ti è dannoso e devi essere felice. Scegliere solo quale misura è giusta per te. O meglio, in quale muro vuoi essere posto, prima che ti sparino, Ma la pallottola no uomo, non penetra nella carne, non ti danneggia esternamente, perchè devi essere quantomeno presentabile al valzer della Sobria Vacuità.

Sparati! Ma sparati parole in bocca, sparati e nutriti di parole, libri; piuttosto mangia la carta e non credere di non aver bisogno di educazione, che non è la cortesia ma il fatto di poter porre un’opinione; la tua opinione, la nostra opinione può far si che tu non sia ostaggio, può salvarti e farti rimanere anche senza piaceri e soldi ma Dio, avere la priopria opinione con le pistole puntate dinnanzi agli occhi e gustarti, sulla bocca, quel beffardo ghigno da porre agli astanti del paracirco circense che stanno per assassinarti perchè ”non conforme allo standard” è pura Vita; prima di morire, guarda il luogo che hanno scelto; dietro di te hai un muro, fatto di mattoni e se avvicini il viso li sentirai bisbigliare, li sentirai demonizzarti e dirti te l’avevamo detto, che finivi così. Loro pensano di essere al sicuro. Ma la pallottola ti trapasserà e anche loro saranno colpiti. Nessuno è innocente. Ma la tua opinione si, lo è, anche se è puro delirio. Quindi, guarda bene quel buco e le cicatrici che ne conseguono; sono atti unici che pongono le basi per l’eroismo interiore.